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Se 500 cristiani macellati non fanno notizia

di Antonio Socci (Lo Straniero)

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Sui mass media la censura delle persecuzioni contro i cristiani continua in modi nuovi. E non parlo solo delle persecuzioni dei regimi comunisti o di quelli islamici.

Nei giorni scorsi, per esempio, in India, quindi in uno dei pochi stati democratici dell’Asia, sono stati arrestati centinaia di cristiani e addirittura tre vescovi cattolici, rei di aver promosso una marcia pacifica di 800 chilometri per sensibilizzare le autorità contro le discriminazioni ai danni dai “dalit” cristiani.

I “dalit”, cosiddetti “fuori casta” o “intoccabili”, sono quei 300 milioni di indiani che in base alla teologia induista da secoli sono considerati nulla e non hanno diritti.

Ebbene, i dalit convertiti al cristianesimo sono ancora più diseredati e discriminati degli altri, proprio perché cristiani. Alla pacifica richiesta di giustizia e uguaglianza da parte della Chiesa le autorità rispondono col pugno di ferro.

Questa vicenda però non buca le pagine delle cronache. Bisogna che scorra sangue cristiano – come l’anno scorso, proprio in India, nello stato dell’Orissa, con i feroci pogrom di fondamentalisti indù contro i cristiani – perché i perseguitati cristiani possano essere un po’ considerati dai nostri mass media.

Ma anche in questo caso c’è modo e modo. Ieri, per esempio, dalla Nigeria è arrivata la notizia di 300 cristiani (perlopiù donne e bambini) ammazzati da islamici a colpi di machete nel villaggio di Dogo Nahawee (poi si è appreso che le vittime sono almeno 500).

Su alcuni giornali – compreso il Corriere della sera – la notizia del massacro è stata data per quello che è, in quanto da qualche anno si è cominciato ad aprire gli occhi: ricordo che quando, dieci anni fa, pubblicai il mio libro-denuncia sul martirio in corso dei cristiani (“I nuovi perseguitati”, edizioni Piemme), molti colleghi, anche autorevoli direttori (ricordo in particolare Paolo Mieli), mi confessarono il loro stupore per un fenomeno che neanche avevano mai immaginato.

 

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L'Unione Europea finanzia l'aborto nel mondo

di Giovanna Arcuri (La Bussola Quotidiana)

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Dal 2010 presso le principali istituzioni europee è stato istituito lo European Dignity Watch, un osservatorio permanente che monitora le attività degli organismi afferenti all’Unione Europea in tema di vita, famiglia e diritti civili.
Il 27 marzo scorso in occasione della Settimana europea della vita promossa dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea e svoltasi presso il Parlamento Europeo a Bruxelles, Sophia Kuby, la direttrice esecutiva dello European Dignity Watch, ha reso noto che l’Unione Europea finanzierà sino al 2013 l’United Nations Population Fund (Unfpa), l’agenzia per la popolazione dell’ONU, con ben 24 milioni di euro. Questi soldi serviranno per sostenere il progetto
Access RH il quale prevede di agevolare sempre più in tutto il mondo l’accesso a contraccezione e aborto. Più in particolare la cifra stanziata servirà per distribuire a pioggia pillole del giorno dopo e kit abortivi.
Il progetto Access RH in realtà rientra in una strategia di più ampio respiro del valore di 280 milioni di euro prevista per il periodo 2011-2013 che andrà a foraggiare nei paesi in via di sviluppo programmi di miglioramento della cosiddetta “salute sessuale e riproduttiva”, cioè contraccezione e aborto.
Con questi fondi l’International Planned Parenthood Federation (IPPF) e la Marie Stopes International – due delle principali organizzazioni abortive nel mondo – hanno promosso programmi abortivi in Bangladesh, Cambogia, Indonesia, Kenya, Sudafrica, Papua Nuova Guinea, Bolivia, Guatemala, Perù. In alcuni paesi quali Bangladesh, Indonesia e in taluni Paesi sudamericani i progetti hanno ricevuto il benestare dei governi nazionali, nonostante in questi Stati l’aborto sia reato, con un semplice stratagemma linguistico: hanno cambiato la parola “aborto” con l’espressione “regolazione mestruale”. Dato che una gravidanza interrompe il ciclo mestruale, l’aborto rimette tutto a posto. Il ragionamento non fa una piega.
Il rapporto dell’European Dignity Watch conclude con due osservazioni. L’Unione Europea è l’ente al mondo che dona più fondi per politiche abortive, antinataliste e contro la famiglia. La UE eroga il 56% di tutti i finanziamenti che esistono per progetti di questo tipo. La seconda osservazione è invece un invito alla Commissione Europea affinchè usi questi soldi per garantire “cibo, acqua potabile, salute e istruzione ai bambini in difficoltà, piuttosto che per ridurre il loro numero”.
Noi invece facciamo una chiosa più nostrana, molto più banale e casereccia, tanto banale e casereccia che potrebbe essere spesa al bar dello sport. Questa Unione Europea che ha già nel cassetto quasi 300 milioni di euro per programmi abortivi è la stessa che ha chiesto a noi tramite il prof. Monti lacrime e sangue in termini economici. Da qui due considerazioni: che autorità morale sopravvive in quel di Bruxelles affinchè i cittadini europei obbediscano ancora ai diktat di questa istituzione? L’autorità che non tutela il bene comune scade nell’autoritarismo. Secondo appunto: mettendo da parte considerazioni etiche, ma soffermandoci solo su questioni di mera opportunità, ci viene da dire che priorità e urgenza esigerebbero che quei soldi spesi per diffondere nel mondo il credo abortista siano utilizzati invece per salvare le economie in crisi di alcuni paesi europei. Ne siamo consapevoli: solo sono opinioni da bar dello sport e, si sa, chi manovra le leve del potere in Europa non frequenta simili postacci. Ha altro a cui pensare.

Marciare per la vita, dall'Italia alla Croazia

di Francesco Agnoli (La Bussola Quotidiana)

marcia della vita

Quando a novembre del 2010 i membri del Movimento Europeo Difesa della Vita e della Dignità umana (Mevd) hanno incontrato, come tutti gli anni, amici cattolici e protestanti di altri gruppi pro life europei, a Innsbruck, forse nessuno immaginava cosa sarebbe successo. Da tanti anni infatti la battaglia culturale per la vita languiva, in Italia, nonostante ci fossero stati anche ottimi segnali, come la vittoria dell’astensione al referendum del 2005 e la nascita dell’inserto “è vita” del quotidiano “Avvenire”. Eppure si decise di osare: «lanciamo una marcia per la vita, come in tutti i paesi d’Europa. In Italia non c’è una marcia; ci sono convegni, anche qualche manifestazione molto piccola, ci sono lodevoli strumenti di prevenzione come i Cav, ma una marcia vera e propria, capace di lanciare un segnale forte e pubblico, non c’è».

Sembrava un azzardo, ma l’alleanza con l’ attivissima associazione romana Famiglia Domani, fondata e presieduta dal marchese Luigi Coda Nunziante, e l’entusiasmo di alcuni giovani portarono, come ormai si sa, alla prima marcia per la vita di Desenzano.

Centinaia di persone a sfilare per le strade, con la certezza che, fatta la prima, si sarebbe fatta anche la seconda. Bisognava solo decidere il posto, ma l’idea era già chiara dal principio, da quel novembre 2010: prima o poi, a Roma! E Roma sarà. Con l’aiuto di tutte le associazioni pro life disposte a collaborare, in spirito di unità, e senza protagonismi; e con grande successo: non solo tra i pro life italiani, ma anche tra quegli stranieri che riconoscono in Roma una città che è faro di civiltà per il mondo intero.

Ecco perché alla marcia del 13 maggio (www.marciaperlavita.it) saranno presenti una nutritissima delegazione polacca, e rappresentanti di molte altre nazioni, Nigeria compresa. Adesioni, poi, da tutto il mondo: dalla Associazione Vita Umana internazionale (con filiali in moltissimi paesi, diretta in Italia da Monsignor Ignacio Barreiro), alle statunitensi The Life Guardian Foundation, Priests for Life e Catholic Family & Human Rights Institute; dalla tedesca Aktion SOS Leben, sempre presente alle annuali riunioni di Innsbruck, alle francesi Choisir la Vie e SOS-Tout Petits; dalla belga FédérationPro-Europa Christiana e Belgian March for Life, alla ceca Czeck Association for Life.

Ma non è tutto. Le notizie positive sono tante. Recentemente un gruppo molto attivo di pro life croati di Zagabria, “Vigilare”, ha contattato gli organizzatori della marcia italiana, per instaurare una fraterna collaborazione: possiamo fare, hanno chiesto, un convegno e una marcia sul modello vostro, gli stessi giorni, il 12 e 13 maggio? Una sorta di “marcia gemmellata”? Immaginate la gioia degli organizzatori! Fratelli pro life di tutto il mondo, unitevi! I pro life croati, dunque, useranno lo stesso motto adottato per il convegno romano, “Chi salva una vita, salva il mondo intero”; faranno l’adorazione eucaristica in comunione con gli italiani, e, una piccola differenza, chiameranno l’evento “cammino per la vita”, dal momento che la parola “marcia”, dalle loro parti, ricorda troppo il passato comunista.

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